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Via Portuense

Il porto di Roma

La Portuense può dirsi la madre delle strade di Roma.
A leggere i più aggiornati archeologi, si apprende che il sistema viario più antico dell'Italia centrale e preesistente alla stessa Roma è quello costituito dalla via Salaria e dalla via Campana, entrambe collegate al flusso del Tevere, prima via di comunicazione e di commercio tra lontani popoli del Mediterraneo e popoli italici.
Filippo Coarelli, in un saggio sulle origini di Roma, parla del convergere di navigazioni greche e fenicie dei tempi arcaici, di "vie e santuari" strettamente collegati ad un ampio movimento che approda alla foce del Tevere e lo risale, almeno fino a quel "porto Tiberino" presso il Foro Boario, legato a Campidoglio e Palatino, che sarà all'origine della città. E la via Campana è l'antenata della via Portuense: "essa raggiungeva, partendo dalla riva destra del Tevere, prospiciente il Foro Boario - scrive Coarelli nel primo volume di "Storia di Roma", edito da Einaudi nel 1988 - il campus salinarum, e cioè le saline alla foce del Tevere". La Salaria non era che la prosecuzione della Campana, sull'altra riva; questa seconda strada, dal primo abitato di Roma arcaica, si inoltrerà tra le colline e i monti dell'Appennino per portare il sale alle popolazioni dell'interno, costeggiando il fiume nel primo e più antico tratto.
Formavano dunque un unico sistema, omogeneo, le due strade del sale, e la prima, la Campana, si concludeva al guado antichissimo che c'era all'isola Tiberina, guado poi sostituito dal ponte Sublicio, il più antico ricordato nella storia.
I campi delle saline, in tempi antichissimi, erano gestiti dai Fenici. Ma i Romani se ne impadronirono in una delle prime guerre di conquista, che Tito Livio ci narra al tempo del re Tullio Ostilio. Per controllare, al tempo stesso, le saline e la foce del Tevere, i Romani fondarono la prima colonia della storia: Ostia, che vuol dire "foce", "bocca del fiume". Quelli che un tempo erano campi non coltivati divennero, lungo la strada, "arva", ossia campi coltivati. E coltivati bene, secondo una tradizione tecnica e religiosa che ben era conservata dal Collegio di sacerdoti, antichissimo, quello dei Fratres Arvales: una confraternita che ci è lontana di qualche millennio, ma che aveva la sua sede e i suoi luoghi sacri proprio sulla via Campana, sulla strada più antica che conduceva alle saline.
Solo in tempi successivi, quando Traiano è costretto a fondare un nuovo porto e una nuova città, quando Ostia è ormai inservibile per il retrocedere della costa marina, nasce Portus e l'attuale via Portuense: sarà ancora una volta la strada del porto, con qualche variazione perché è cambiato il corso del Tevere e perché è stato scavato il grande canale di Fiumicino, verso la foce, per regolar meglio il flusso delle acque.
Ma l'andamento di gran parte della nuova via Portuense, strada del Porto, segue il percorso antichissimo della storia.
Avviene così una sorta di prodigio, storico e geografico. Mentre, nella remota umanità del primo millennio avanti Cristo e certamente anche prima, il Tevere e la sua strada costiera, dalle saline all'interno del Lazio, univa popoli dell'antico oriente e dell'Africa, dai Fenici agli Egizi e ai Greci, alle genti del centro d’Italia che si svegliavano alla grande awentura della civiltà, oggi, in questo decennio finale del secondo millennio dell'era cristiana, gli amici del Portuense, del Trullo e della Magliana non solo hanno ripercorso e vitalizzato le radici della loro (e nostra) storia comune, ma hanno pure ritrovato le vie del nord dell'Europa, aprendo un discorso contemporaneo di più vasto respiro. 

Federico Mandillo, dall'introduzione al libro di Emilio Venditti, La via Portuense e il suo territorio tra leggenda, storia e archeologia, Roma, 1992.