Numero 13 -
Dicembre 1999
Un
soccorritore racconta...
16 dicembre 1998, ore 5,40, mi alzo per recarmi al
xv Gruppo vv.uu. dove presto servizio. mentre mi vesto accendo meccanicamente la TV.
Sbircio distrattamente, poi leggo: "Roma, crollo palazzina via solari, quartiere
Ostiense."
Non faccio in tempo a focalizzare la cosa che squilla il
telefono ed il dubbio diventa certezza. "Pronto... ciao, monta prima, corri è
crollato una palazzina a Vigna Jacobini".
Corro, prendo la Uno di servizio e già davanti
all'ospedale Forlaanini trovo un nugolo di lampeggianti. C'è di tutto, decine e decine di
automezzi di tutti i tipi e tutti gli enti.
Via Vigna jacobini. Sono le 6, una Porta Prtese di divise e
giacconi da lavoro. Il palazzo non c'è; c'è una superficie liscia di macerie alta poco
più di un metro e mezzo, sembra spianata col bulldozer. "Ma il palazzo
dov'è?,non può essere quel metro e basta".
L'aria è densa di polvere, l'area zeppa di soccorritori,
la strada piena di gente sbigottita. Cominciamo a chiudere l'area, liberiamo la strada
dalla gente, nastri bianchi e rossi tesi a dividere l'incredulità dal dolore.
Sulle macerie tecnici del gas, della luce, dell'acqua
cercano tombini, centraline e condotte; i soccorritori cercano di non far sparire la
speranza.
Ogni tanto, ritmicamente, tutti si fermano e corroo
inutilmente le barelle. Ai varchi sono arrivati i giornalisti, si infilano tra le auto in
sosta e assaltano i terazzi dei palazzi vicini, invadono i giardini. Giungono gli
elicotteri che si fermano a mezz'aria rasentando le antenne dei tetti.
Arrivano i parenti, hanno lo sguardo diverso, nei loro
occhi non c'è solo sbigottimento e stupore, c'è paura, paura che tragiche intuizioni
diventino realtà.
Lascio passare un nonno: "Ma qual'è il palazzo?.
In questa via abita mio figlio con la moglie ed il mio nipotono, non rispondono al
telefono, suona libero". Arriva una signora, stesso sguardo. Appena passa il
nastro si attacca al mio braccio, "Dovè mio figlio, dovè, mi dica che non è
vero, qual'è il palazzo?".
Non c'è tempo per il dolore, servono i piani di costuzione
e la lista dei residenti, salgo in macchina e raggiungono gli uffici.
Poi, di nuovo Vigna Jacobini, salgo sulle macerie e
consegno tutto, ci sono metal-detector, microfoni, rilevatori all'infrarosso, pale,
cardarelle, mani nude.
La macchina dei soccorsi è al massimo, ci sono mezzi
inutilizzati che non riescono a trovare spazio. Intanto sono arrivati i cambi per i primi
operatori che comunque non vogliono andar via.
Giungono nuovi cani dalla Campania, sostituiscono quelli
che tra polvere, metano, freon dei frigoriferi e scarichi dei veicoli non sentono più
niente. Al loro arrivo tutti si fermano in silenzio. I cani rovistano in ogni anfratto,
infilano i loro musi in ogni buco, appena sentono qualcosa iniziano a scavare con le zampe
poi si fermano senza scodinzolare, ad orecchie basse.
Negli spazi bonificati si scava con le ruspepoi, appena si
vede qualcosa, si continua a mano. Ogni bennata è seguita da decine di occhi, vengono
fuori frammenti di vita quotidiana, raccolgo un album di foto, una cartella d'asilo piena
di disegni, una busta di ricevute, una giacca, un orologio da polso.Consegno questi pezzi
di vita agli agenti che stanno catalogando i rivestimenti e torno su.Hanno trovato una
tartaruga viva, la casa di cui l'ha dotata la natura ha resistito!
Trovano un altro corpo, istintivamente ci fermiamo
tutti,... continuiamo a scavare. Ne hanno trovati altri due, igesti sono più concitati si
scava all'improvviso strappando il cemento dalle travi, sono vivi! Vivi?!. Ripetiamo
tutti, come un branco fissiamo quel buco ed ecco tirare fuori una mano, ma come fa, con la
gamba rotta salta giù dalla barella? Vuole tornare indietro?! Lo portano via quasi a
forza e poi ecco anche la moglie.
Macerie, macerie piccole; in Umbria era diverso, a
Colfiorito c'erno i muri diroccati, le travi piegate, i solai bucati, qui non c'è niente
solo piccoli pezzi, un mare di schegge, un nulla frammentato.
Sta facendo buio, montano le cellule fotoelettriche e
l'area assume un aspetto ancora più tetro ed irreale, in un angolo si catalogano i
rivestimenti, sulla ringhiera si allineano i fiori.
I telecronisti aspettano la novità, continua il viavai di
personalità. Per oggi basta, riporto la Uno all'autoparco e tornando a casa cerco di
ricordare com'era fatto quel palazzo visto centinaia di volte. Non ci riesco, ricordo solo
le saracinesche dei negozi e l'ombra di alti palazzi sulla via stretta.
Natalino Capello(vv.uu. xv Gruppo)
Indice Arvalia News N. 13 - Dicembre 1999